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**DOPO LUGLIO** Ci prendiamo il tempo di sbrogliare un po’ la matassa, di condividere alcune considerazioni sulla giornata del 25 luglio e gli attacchi al cantiere del TAV. Ci siamo risolti a prendere parola in un dibattito pubblico che percepiamo come irrimediabilmente ostile, orwelliano, impermeabile all’evidenza, perché ci sembra necessario dire qualcosa di sincero in mezzo a un mare di mistificazioni e di retorica. Retorica urticante e velenosa, comunque si presenti. La versione dominante di questa retorica è la grancassa della repressione con le sue varie sfumature: devastazione e saccheggio, professionisti internazionali della violenza, minaccia terroristica. Sembra davvero vano sprecare fiato per replicare laddove ogni parola perde di significato e si rovescia addirittura nel suo contrario. Chi è infatti, esattamente, a essere terrorizzato? Quale specialista della violenza agisce in una manifestazione di massa, coinvolgendo centinaia di persone, per più di un’ora, nell’invasione di un cantiere e nella battaglia che ne è seguita? L’unica volontà di terrorizzare, lampante, è quella di una macchina ideologica, poliziesca e governativa, che intende lanciare un messaggio chiaro e perentorio alla generazione che si è politicizzata nelle piazze per Gaza: non provateci più. Combattere per strada, resistere alla polizia, può costarvi estremamente caro. L’eco che risponde a sinistra non è da meno. Chi ha mosso i primi passi nella contestazione di questo mondo catastrofico soltanto negli ultimi anni, deve subire un continuo addomesticamento attraverso il trauma e la minaccia. Un’emergenza dopo l’altra, un massacro telecomandato e un omicidio di polizia dopo l’altro, con lo shock e il senso di impotenza che ne derivano. Ma tutto questo non basta: ci vuole anche l’imperativo ricattatorio a stare sempre nei ranghi per non peggiorare la situazione, non fare “gli utili idioti della destra”, non accelerare la pericolosa discesa verso lo stato di polizia. Essere responsabili e *quindi* essere sottomessi. Il tutto ignorando senza vergogna che è proprio questo allineamento vigliacco a tutte le imposizioni dei governi, a tutte le versioni ufficiali, il rispetto dell’autorità sempre e comunque – che essa sia politica, scientifica, culturale, poliziesca – ad aver favorito in ogni modo il ritorno in auge dei fascisti. E la sinistra è la principale responsabile, malgrado le sue invettive scomposte contro chi mostra il coraggio e la chiarezza che le sono sempre mancati. Le poche immagini della giornata le hanno viste tutti: una colonna di fumo che si alza da una camionetta in fiamme, effetti pirotecnici, piogge di pietre, il cantiere a pezzi. Altra cosa è aver visto da vicino la polizia in ritirata scomposta, una folla che assalta e supera le recinzioni del cantiere, l’euforia che dilaga tra tutti i presenti, giovani alle prime esperienze e compagni più navigati. Le sensazioni sprigionate da momenti simili aiutano a stabilire una fiducia reciproca, a tessere legami che prendono corpo affrontando insieme un rischio, proteggendosi l’uno con l’altro, mettendo alla prova la paura e superandola nello scontro. Non c’è nulla di epico o marziale in questa esperienza, ma un rapporto più diretto con la *propria comune fragilità* e, soprattutto, la determinazione a superarla collettivamente, a esporsi e a scrollarsi di dosso la sconfitta. Nessun culto della forza, quindi, ma neppure alcuna fascinazione vittimista per la propria impotenza. Per questo la scorciatoia di produrre etichette per incasellare i fatti gira a vuoto, che il suo fine sia legittimare o criminalizzare. È un’operazione che neutralizza la carica politica della rottura riducendola al sintomo di qualcosa d’altro, che sia l’eco-ansia o le regie internazionali. E per questo va combattuta. In questi giorni si è sollevata una polemica da teatrino giornalistico sullo stato di salute del movimento No Tav. La mobilitazione è morta? È solo una faccenda di militanti radicali, perlopiù stranieri? I fatti del 25 hanno riaperto un dibattito trentennale ormai sopito. Da una parte le principali testate che danno la mobilitazione per defunta, dall’altra parte chi riconosce che i fatti del 25 hanno riportato all’attenzione la questione del TAV. E in effetti al centro dell’accaduto ci sono proprio il TAV e la Valsusa. Non però le argomentazioni tecniche sull’impatto dell’opera, gli argomenti sul danno ambientale e per la salute, la ragione amministrativa e quella infrastrutturale. Tutte cose verissime ma accessorie. Ogni impresa capitalistica è un atto di accaparramento mafioso, in questo caso emblematico come in infiniti altri: l’elenco delle ingiustizie subite, della ragioni calpestate e degli abusi, non ci farà compiere un solo passo in avanti. Tutto è lampante, per chi lo voglia vedere. Lo spregio per un territorio e le comunità che lo abitano, l’imposizione violenta dell’emergenza sulla schiena di chi rifiuta da sempre la linea ad alta velocità, hanno fatto si che anche questa volta il dialogo e la parola siano del tutto superflui, abbiano perso ogni pertinenza e valore. Il richiamo della Valsusa torna invece in un altro senso, come riferimento simbolico ed etico a una continuità degli episodi e dei gesti di resistenza che *in qualche modo e nonostante tutto* hanno toccato chi oggi raggiunge quei territori. Perché su quei sentieri le truppe di occupazione hanno già battuto in ritirata, il 3 luglio del 2011, quelle reti sono già state attaccate, di giorno e di notte, in mezzo agli stessi gas, i mezzi del cantiere sono già andati in fiamme. E le immagini di questo passato si sovrappongono, in una felice costellazione, a quelle degli scontri alla stazione centrale di Milano, alla sera del 31 gennaio a Torino, ai disordini di Bologna dopo la morte di Fakhir, alla resistenza contro l’ICE a Minneapolis e a molti altri momenti che hanno punteggiato questi anni che da tutte le parti vorrebbero farci accettare come chiusi, segnati e senza speranza. Questa circolazione di gesti di rottura e rivolta ha acquisito la consistenza di un repertorio e di un immaginario comune che, in quest’epoca storica, nessun discorso politico e programmatico riesce ad avere. Tutte la opzioni della politica sono ridicole, inadeguate, disoneste, tutti i lessici ideologici risultano falsi e fuori tempo massimo: invece la potenza di azioni e pratiche che, *nonostante tutto*, lanciano il cuore oltre l’ostacolo e guardano alla costruzione di una forza collettiva possibile...questo sì, questo ancora sembra avere un’attrattiva e un senso. E lo abbiamo visto il 25 luglio. Esistono anche oggi molti angoli in cui qualcuno cospira, costruisce relazioni non intossicate dai “valori” di questa società, dalla forza e dall’efficacia ad ogni costo, dal cinismo e dall’insensibilità come condotta di vita. Chi è attaccato a ciò che *sente* come giusto – battaglie, condotte, amicizie – cerca di tenersi distante dalla pubblicità dell’attivismo *social*, dalla visibilità come specchio della riuscita, dalle menzogne della politica, dal feticcio della purezza ideologica. O se attraversa queste sfere, giocoforza, lo fa con un crescente disagio. Anche il campionario delle identità militanti che la società fornisce come indotto per intrappolare i comportamenti indocili, le forme di secessione, tutto ciò che in essa si mostra ingovernabile, è giustamente percepito come una trappola o quantomeno un ripiego deludente. Per questo i volti di chi ha vissuto le piazze per Gaza non si sono visti, per lo più, ingrossare le file di gruppi e collettivi, ma sembrano comparire a intermittenza, puntualmente, in momenti come quello del 25. Davvero non esiste una politicità di questi comportamenti? Davvero l’eterna e docile lagnanza sull’incombenza del fascismo e della guerra hanno qualcosa da insegnare? Non è un caso che il governo, nelle invettive del suo capo supremo, minacci chi fornisce vitto e alloggio ai manifestanti in Valsusa. È ridicolo, certo, ma denota una consapevolezza che il tessuto materiale di rapporti, amicizie e risorse, che sorregge un movimento – il suo lato cospirativo, appunto – è più importante di comunicati e appelli. Ogni vera amicizia ha sempre un carattere cospirativo nei confronti della società quando è presa sul serio, quando viene vissuta fino in fondo. La sua possibile forza rivoluzionaria, il suo significato più intimo, non scende a patti con nessuna messa in scena o autodenuncia, ma risiede invece nella sua sostanziale clandestinità: nell’approfondimento discreto e paziente di rapporti di fiducia. Tanto più in un contesto in cui lo spazio pubblico, come tutti vedono, si richiude violentemente intorno a una corazza di aggressività reazionaria, esporre i propri legami alla luce del sole può essere un pericoloso passo falso. E la reazione degli apparati statali alla giornata del 25 ne è un esempio lampante, ponendo sul piatto la questione dell’opacità: come organizzare una forza che possa essere accessibile senza essere visibile agli occhi del nemico? Se l’alternativa è tra il rifugiarsi nell’individualismo o pagare a carissimo prezzo una stanca affermazione di principi, forse vale la pena volgere lo sguardo al passato. La storia dei movimenti sovversivi è una storia di trame tessute nell’ombra. *L’epoca in cui viviamo non è chiusa, perché non esistono epoche o momenti che lo siano.* Ci sono scenari strategicamente sfavorevoli, ma non si costruisce una forza collettiva ragionando con il gergo della contabilità economica: le sue leggi ferree, le fasi espansive o quelle di recessione, rispetto a cui non si può fare altro che aspettare con pazienza. Al contrario, siamo parti in causa. Le azioni e i gesti politici – nel senso più forte e autentico della parola – non sono fenomeni atmosferici da registrare. Che si tratti di un enunciato, di un testo, di un attacco. Anche chi teme sinceramente i rovesci della repressione, chi è spaventato da un orizzonte che – va riconosciuto – si presenta fosco, dovrebbe considerare i fatti del 25 luglio come una *domanda*. Qual è la proposta per guadagnare respiro, per trasformare la realtà? Dove stanno le forze, le possibilità del presente? Davvero accettare le regole del gioco con la coda tra le gambe è la migliore risposta ad una controrivoluzione che attacca senza riserve? *L’epoca in cui viviamo non è chiusa, ma è pericolosa*. Vediamo bene che in questo momento storico, soprattutto in Italia, un bottegaio che ammazza a sangue freddo due disperati in fuga – alle spalle, senza che la mano tremi – suscita più simpatia di chi sabota un cantiere per contrastare la devastazione di un territorio e di una comunità. Certo, di fronte a una situazione simile è comprensibile che un atteggiamento difensivo possa sembrare convincente. Insomma, stare nelle retrovie e cercare il modo di sparire totalmente. Ma anche scomparire è una arte, e cospirare significa proprio saper costruire mentre si diserta: scegliere quando parlare, scegliere quando agire, a rischio di commettere errori. Allora di fronte a questo disorientamento che è *di tutti*, perché nessuno con un po’ di onestà può vantare soluzioni in tasca, di fronte a fatti come quelli del 25 luglio, del 31 gennaio, di Bologna e di tutte le altre rotture che inevitabilmente accadranno, come comportarsi? Difendere la normalità sociale che ha portato proprio alla situazione del presente, a questa fantastica “stabilità democratica” di cui tutti possono vedere i vantaggi? Rimanere soli e spaventati, chiusi in casa e sotto custodia, o prendere sul serio la domanda? E tu, come la pensi?